Elio Sileoni e la Banda di Pollenza nel secondo dopoguerra [intervista, parte 1 di 4]

Nel marzo scorso abbiamo fatto, a più riprese, una chiacchierata con Giovanni Romagnoli, sua moglie Bianca Maria Bellini, Antonio Sileoni, Domenico Capiglioni e, infine, Fernando Sileoni, ricordando la figura di Elio Sileoni (21 gennaio 1914 – 24 aprile 1988).
Abbiamo diviso l’intervista in quattro parti, di cui questa è la prima.

Il Corpo Bandistico "Giuseppe Verdi" di Pollenza negli anni cinquanta

Il Corpo Bandistico “Giuseppe Verdi” di Pollenza negli anni cinquanta. Elio Sileoni è il primo in piedi a sinistra (foto di Giuseppe Tomassini)

Carlo Natali: Maestro Romagnoli, quando nasce la Banda di Pollenza?
Giovanni Romagnoli: Anni addietro sono andato negli archivi a leggermi il testo del Deliberato, quella che oggi chiamiamo Delibera, e ricordo che è datato tra il 1753 ed il ’55, ora mi sfugge la data esatta. Lì l’Amministrazione, o come si chiamava in quell’epoca non ricordo, pensò e volle istituire una scuola per insegnare ai cittadini gli strumenti musicali. La motivazione del Deliberato andava proprio in questo senso e tanto fu efficace che nei testi del canonico Assortati, diarista dei primi dell’ottocento, ad un certo punto si legge della manifestazione organizzata a Rambona quando, dopo le vicende napoleoniche, l’abbazia fu restituita alla Chiesa, alla quale era stata portata via come titolarità. Là suonò la banda cittadina, scrive Assortati. Era il 1815. Quindi, se la Banda era nata intorno al 1754 o giù di li, nel 1815 era già una struttura ben organizzata e funzionante che si esibiva per le feste e le manifestazioni.
CN: Elio Sileoni, padre di Fernando, nel dopoguerra fu l’artefice della rinascita della Banda di Pollenza, oggi Corpo Bandistico “Giuseppe Verdi”. Chi era costui?
GR: Elio era il sarto di Pollenza. Aveva la bottega là dove ora abita Romiti, di fronte a Palazzo Ricci, appena dopo Palazzo Lazzarini in via Roma. Ha sempre abitato li.
Antonio Sileoni: Un tempo le Bande di paese erano composte da artigiani e commercianti, per lo più. I componenti della Banda erano rispettatissimi perché divulgavano la musica in un tempo nel quale non c’erano mezzi di comunicazione.

Spettacolo teatrale a Pollenza alla fine degli anni cinquanta

Spettacolo teatrale a Pollenza alla fine degli anni cinquanta (foto di Giuseppe Tomassini)

Katuscia Palmili: Suonavano l’opera e l’operetta…
AS: Alcuni di loro facevano anche questo. Ricordo poi che Elio e gli altri musicisti di Pollenza organizzavano, sempre nel dopoguerra, veglioni e serate. Elio suonava il contrabbasso. Fernando dovrebbe ancora avere a casa il suo strumento.
Fernando Sileoni: Sì, è vero.
CN: Dove ha imparato la musica?
FS: Non lo so. Credo abbia imparato da solo, praticamente. Parlo dello strumento.
All’epoca sua ci sarà pur stato un maestro di musica della banda che gli ha insegnato i primi rudimenti. Poi dopo tutto il resto, quello che scriveva, le tonalità, le armonie anche la conoscenza del repertorio: tutto da solo. Io mi chiedevo: come fa? Non aveva un manuale, non aveva un libro. Ha imparato guardando le partiture, dagli autori, che poi è il modo migiore per imparare. Senza una teoria, con una grande pratica.
Lui quando ha fatto il militare a Firenze, da cui il suo soprannome “il Toscano”, stava nella Banda Presidiaria di Firenze, per cui a 20 anni già suonava. Deduco che avrà iniziato sicuramente parecchio prima, verso i 15 o 16 anni, immagino. Non lo so con sicurezza. Onestamente, proprio non saprei dire con esattezza quando ha iniziato, Non gliel’ho mai chiesto oppure non me lo ricordo.
AS: Per quello che ricordo io, Elio ha approfondito la conoscenza della musica sotto le armi, dove conobbe un maresciallo compositore che gli ha insegnato i fondamenti della composizione, poi lui ha approfondito. La marcia funebre che suoniamo, “A tutti i morti”, l’ha composta Elio Sileoni. Anche l’inno a Sant’Amico l’ha composto lui. Poi ci sono le trascrizioni: ne fece tantissime.
FS: Sì, gli arrangiamenti li faceva tutti lui. E questo mi ha sempre meravigliato. Come facesse a farlo ancora non lo so, dato che non aveva fatto corsi regolari di studio. Ha imparato da solo, con l’esperienza, leggendo le partiture, capendo da solo a che corrispondeva la chiave di basso, la chiave di tenore o di contralto, e poi trasponendo le parti. Per questo lo ammiro molto: io non sarei stato capace di fare quello che ha fatto lui.
Poco fa Antonio accennava alla esperienza militare. Lui mi raccontava spesso che durante la guerra fu prigioniero in Germania. Stava in un campo non di sterminio, ma un campo di lavoro. Era un campo di concentramento tedesco nel nord della Germania, ma non mi ricordo la località precisa. Insieme a lui c’erano prigionieri di diverse nazionalità.
Nella sua baracca faceva musica assieme agli altri prigionieri. Addirittura, raccontava, hanno organizzato spettacolini ballati, cantati e recitati solo tra prigionieri, e lui suonava. Non so cosa suonasse, non so che strumenti avessero, però suonava. Dovrebbero esserci, da qualche parte, una o più fotografie, ma non mi chiedere dove stanno perché non lo so.
AS: A proposito della prigionia di Elio, mi raccontava anni fa Ugo Pierucci che, non so come e non so quando, anche lui era in Germania e un giorno gli capitò di incontrare un gruppo di persone chiuso in una casa abbandonata in piena campagna, stremati ed affamati. In quel gruppo c’era anche Elio, ed Ugo gli ha salvato la vita. Pensa tu la casualità: due persone di Pollenza che si ritrovano in una casa sperduta della campagna tedesca, in mezzo al nulla.

Conversazione a casa del maestro Romagnoli

Giovanni Romagnoli, Bianca Maria Bellini, Antonio Sileoni e Katuscia Palmili

CN: Piuttosto, di che anno era Elio?
Domenico Capiglioni: Del ’14, credo.
AS: Mio padre era del 17, più o meno avevano la stessa età.
FS: È nato il 21 gennaio del 1914.
Ma perché tutto questo interesse per mio padre?
CN: perché vorremmo provare a mettere più a fuoco le radici della Banda di Pollenza com’è oggi, che proviene da quella rinata nel dopoguerra.
FS: Ah, per quello è stato fondamentale. È lui che l’ha riformata, anche se, in un primo tempo, c’erano maestri che venivano da fuori, pagati dal Comune. Mi ricordo di Federici e di quello che c’era quando io ho iniziato la scuola di musica, Bizzarri.
Con loro mio padre faceva il capobanda. In seguito incominciò anche lui a dirigere, anche lì improvvisandosi direttore, perché non l’aveva mai fatto.

CN: Elio che gusti musicali aveva?
FS: Mi ricordo che facevamo anche delle discussioni perché a me da ragazzo, per la facilità melodica, mi piaceva di più ascoltare Puccini, per cui io dicevo “l’aria della Turandot ‘Nessun dorma’ è più bella della romanza ‘La donna è mobile’ del Rigoletto” e mio padre mi rispondeva sempre “però tu Verdi non lo vedere solo da un punto di vista melodico, vedilo anche da un punto di vista drammaturgico”.
Aveva ragione. In effetti, con l’età, oggi devo ammettere che Verdi in certe cose, come far cantare le voci, come far cantare il coro, è rimasto insuperato tuttora. Un grande tenore o una grande soprano in Verdi si realizzano al massimo perché Verdi sa usare bene le voci.
Gli altri autori sono più accattivanti, più gustosi da sentire ma da un punto di vista musicale sono più facili, meno profondi e meno tecnici nell’uso delle voci e dell’orchestra, tutto sommato.
Ad esempio in Puccini l’orchestra è poco elaborata, asseconda quasi sempre la melodia del cantante, invece in Verdi questo non accade. E non pensare il ritmo che usa: non so perché scegliesse sempre questa forma del tre quarti, probabilmente perché si prestava meglio al canto.
Però, a parte quello, sinfonie come quella de “La forza del destino” o de “I Vespri Siciliani” sono scritte musicalmente bene, ricche da un punto di vista armonico e melodico. Belle sinfonie proprio, tra le poche che possono stare all’altezza dei grandi autori anche non italiani.
Quando parlo delle sinfonie di Verdi parlo di quelle della maturità.
Tra le prime sinfonie e le ultime c’è un abisso di scrittura musicale, di pensiero. Le ultime sono dei capolavori, le prime sono un po’, hem, ingenuotte, come quelle del “Nabucco” e della “Giovanna d’Arco”, ad esempio, che tra l’altro si assomigliano pure.
Verdi poi a un certo punto smise di scrivere sinfonie e faceva soltanto dei preludi brevi come, ad esempio, in “Aida”. Qui non c’è più la sinfonia, c’è il preludio del primo atto e il preludio del terzo atto, brevi introduzioni che introducono psicologicamente all’azione scenica a venire.
La sinfonia o ouverture invece era composizione miscellanea dei motivi che ricorrevano nell’opera. Lui ne ha scritte fino a prima di “Traviata” poi da lì a “Trovatore”, “Rigoletto”, eccetera, non c’è più sinfonia.
CN: Quindi, insomma, hai rivalutato Verdi?
FS: Sì, ho riscoperto Verdi e devo darne il merito ancora una volta a mio padre nonostante allora, da ragazzo, lo contestavo musicalmente su queste scelte. Come al solito da giovani si è sempre stupidi e presuntuosi e si pensa di capire tutto.

CN: Torniamo alla Banda e a Pollenza negli anni immediatamente successivi alla guerra.
GR: Elio, finché poteva, dava una mano su tutto, ma un giorno mi disse: “sta’ a sentì’, perché non trovate un Maestro che ci venga a dare un mano, uno con più competenza. Non che io non lo voglia più fare o che non lo sappia fare: lo so fare, ma non mi sento granché competente tecnicamente”.
Così cercammo un Maestro.
Bianca Maria Bellini: Angelo Bizzarri.
GR: Sì, Bizzarri, esatto.
AS: È un pianista, un pianista concertista.
GR: A quell’epoca era un nome, era molto conosciuto come maestro di Banda. Dopo di Pollenza partì e andò a dirigere quella di Civitanova Marche, mi pare di ricordare. Chi venne dopo di Bizzarri? Non ricordo il nome. Era un musicista anche lui.
FS: Federici?
GR: Ora non ricordo. Mi verrà in mente. Comunque, Bizzarri c’è stato subito dopo la guerra, ma chi ha portato la Banda a Bizzarri è stato Elio.
Riassumendo, l’attività della banda durante la guerra si fermò, poi Elio la riprese in mano. Non era composta da un gran numero di musicanti, era ridotta solo a un organico composto dai membri più anziani che hanno ricominciato a ritrovarsi ed a esercitarsi guidati dalla passione di Elio.
AS: Anche se non c’era più una organizzazione, le persone si trovavano per la grande passione che avevano.
GR: Per far capire cosa significasse la Banda nel tessuto sociale del paese, voglio raccontare una cosa. Nel periodo della mia candidatura a Sindaco c’era una maggioranza democristiana e una minoranza di opposizione socialista socialcomunista. Elio, in genere, era un organizzatore della minoranza, essendo stato sempre di tradizione socialista. Mi ricordo che, quando in piazza o in comune si parlava di Banda, diceva: “senti, Sindaco: tu sei un mio avversario politico e su questo piano discutiamo pure da avversari, ma quando parliamo di Banda tutto è uguale per tutti, tutti la pensiamo alla stessa maniera!”
Me lo ricordo molto bene!
AS: Suonerebbe strano, oggi.
GR: Ci si teneva. Ogni organizzazione politica ci teneva.

[continua]

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6 commenti

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6 risposte a “Elio Sileoni e la Banda di Pollenza nel secondo dopoguerra [intervista, parte 1 di 4]

  1. Interessante questa ricerca storica!

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    • Grazie, Giorgio. Siamo contenti che tu abbia apprezzato.
      E’ solo una piccola cosa, una chiacchierata piena di ricordi. Nulla di filologico, soltanto un modo di fermare per iscritto cose belle del recente passato.
      Ogni venerdì, per tutto novembre, pubblicheremo una nuova puntata.

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